
Big, in fondo, pur essendosi incazzato tante volte per le bizze dell’Imperatore brasiliano, capiva benissimo Adriano e la sua saudade. Quando vedeva le foto su Internet di Adri in Brasile, sorridente e festaiolo, sentiva una fitta rancorosa di invidia. Ma non per i soldi o le ragazze che il brasiliano cambiava come si cambiano i calzini (beh, forse un po’ anche per quello) ma perché lui ora era là al sole dei tropici, e non nella fredda e nebbiosa padania.
Quella sera Big doveva uscire per incontrarsi con Steve e Paulette, ma la copiosa nevicata gli rendeva difficile percorrere i pochi chilometri che separavano casa sua dal Tempio, abituale luogo di ritrovo. L’auto di Big slittava continuamente sulle strade innevate, e la visibilità era ai minimi termini. Quando finalmente arrivò a destinazione, dopo innumerevoli madonne, la prima cosa che disse ad uno Steve allibito fu: “Cosa cazzo ci faccio qui??!!”.
Così anche quella notte, una volta tornato a casa, fece lo stesso sogno che lo assillava molto spesso quell’inverno.
Big arrancava lungo la 27 de Febrero (che tutti i dominicani chiamano semplicemente “la 27”). Alle 8 di mattino il caldo era già notevole, ma non fastidioso. Il frastuono era come sempre altissimo, tra merengues sparati a tutto volume da improbabili stereo, rumori atroci di motori agonizzanti, urla e richiami dei venditori ambulanti. Finalmente la fermata del bus apparve, ma lui non ebbe il tempo di gioirne perché venne investito da una acre e densa nuvola di fumo nero prodotta dallo scappamento di una vecchia guagua, tenuta insieme con il fil di ferro e stracolma di persone ammassate e sudate. “Coño!” grugnì nel suo abituale slang caraibico, tossendo e sputando.
Il bus era, al solito, pieno, dovette sorbirsi il tragitto fino alla Duarte in piedi e schiacciato contro corpi sconosciuti. Per fortuna che quel mattino, per una volta, il traffico era normale, per cui il viaggio durò pochi minuti. Scese e si incamminò alla volta del capolinea del Boca Chica Express, schivando le bucce marce di frutta sui marciapiedi e le bancarelle colme di mercanzia da due soldi.
Giunto al capolinea, fu preso d’assalto dai tizi delle diverse corriere, ciascuno a cercare di convincerlo a salire sul proprio mezzo. Scostandoli tutti con un perentorio gesto delle mani, lui salì sul primo pulmino, sistemandosi comodamente su un sedile affiancato al finestrino di destra. Quando giunsero all’autopista Big cominciò a sentirsi felice. Guardava il Mar Caribe che brillava di verde e di azzurro sotto il sole implacabile, vedeva le palme ondeggiare sotto la brezza marina e provava una gioia inspiegabile e traboccante. Giunto alla spiaggia di Boca Chica, venne letteralmente sopraffatto dal profumo del pesce, delle banane fritte e delle frittelle di manioca che Doña Maria stava già cucinando nel suo baracchino di legno colorato. La bottiglia grande di cerveza Presidente che la donna gli prese dalla ghiacciaia (“una frìa mi amor”) era tanto fredda da essere completamente appannata. Big assaporò un primo lungo sorso socchiudendo gli occhi per il piacere, e poi si avviò verso il mare.
Si svegliò di colpo, e la delusione fu grande. Neanche in sogno riusciva a entrare nell’acqua tiepida e limpida, neanche in sogno. Big pensò che sarebbe stato un altro lungo giorno.
Quella sera Big doveva uscire per incontrarsi con Steve e Paulette, ma la copiosa nevicata gli rendeva difficile percorrere i pochi chilometri che separavano casa sua dal Tempio, abituale luogo di ritrovo. L’auto di Big slittava continuamente sulle strade innevate, e la visibilità era ai minimi termini. Quando finalmente arrivò a destinazione, dopo innumerevoli madonne, la prima cosa che disse ad uno Steve allibito fu: “Cosa cazzo ci faccio qui??!!”.
Così anche quella notte, una volta tornato a casa, fece lo stesso sogno che lo assillava molto spesso quell’inverno.
Big arrancava lungo la 27 de Febrero (che tutti i dominicani chiamano semplicemente “la 27”). Alle 8 di mattino il caldo era già notevole, ma non fastidioso. Il frastuono era come sempre altissimo, tra merengues sparati a tutto volume da improbabili stereo, rumori atroci di motori agonizzanti, urla e richiami dei venditori ambulanti. Finalmente la fermata del bus apparve, ma lui non ebbe il tempo di gioirne perché venne investito da una acre e densa nuvola di fumo nero prodotta dallo scappamento di una vecchia guagua, tenuta insieme con il fil di ferro e stracolma di persone ammassate e sudate. “Coño!” grugnì nel suo abituale slang caraibico, tossendo e sputando.
Il bus era, al solito, pieno, dovette sorbirsi il tragitto fino alla Duarte in piedi e schiacciato contro corpi sconosciuti. Per fortuna che quel mattino, per una volta, il traffico era normale, per cui il viaggio durò pochi minuti. Scese e si incamminò alla volta del capolinea del Boca Chica Express, schivando le bucce marce di frutta sui marciapiedi e le bancarelle colme di mercanzia da due soldi.
Giunto al capolinea, fu preso d’assalto dai tizi delle diverse corriere, ciascuno a cercare di convincerlo a salire sul proprio mezzo. Scostandoli tutti con un perentorio gesto delle mani, lui salì sul primo pulmino, sistemandosi comodamente su un sedile affiancato al finestrino di destra. Quando giunsero all’autopista Big cominciò a sentirsi felice. Guardava il Mar Caribe che brillava di verde e di azzurro sotto il sole implacabile, vedeva le palme ondeggiare sotto la brezza marina e provava una gioia inspiegabile e traboccante. Giunto alla spiaggia di Boca Chica, venne letteralmente sopraffatto dal profumo del pesce, delle banane fritte e delle frittelle di manioca che Doña Maria stava già cucinando nel suo baracchino di legno colorato. La bottiglia grande di cerveza Presidente che la donna gli prese dalla ghiacciaia (“una frìa mi amor”) era tanto fredda da essere completamente appannata. Big assaporò un primo lungo sorso socchiudendo gli occhi per il piacere, e poi si avviò verso il mare.
Si svegliò di colpo, e la delusione fu grande. Neanche in sogno riusciva a entrare nell’acqua tiepida e limpida, neanche in sogno. Big pensò che sarebbe stato un altro lungo giorno.
(Testo e foto by Big)


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